A Canggu, una corsa organizzata sulle strade dell’isola avrebbe escluso proprio gli indonesiani. Non è soltanto uno scandalo: è la caricatura perfetta di un modello che consuma Bali, la trasforma in contenuto e poi pretende di selezionarne gli abitanti.
A Bali ormai si può fare quasi tutto. Si può lavorare da una piscina a sfioro fingendo che rispondere alle e-mail in costume sia una rivoluzione antropologica. Si può meditare davanti a una risaia appena venduta a un costruttore. Si può sorseggiare un frullato “detox” arrivato in scooter nel traffico più tossico del sud-est asiatico. Si può perfino organizzare una corsa sulle strade pubbliche di Canggu e, secondo le accuse emerse nel luglio 2026, escludere gli indonesiani.
Mancava soltanto questo ultimo perfezionamento del paradiso: Bali senza i balinesi.
Il caso dell’Entourage Bali Run Club è diventato virale perché contiene, in forma quasi comica, l’intera parabola della trasformazione di Canggu. Prima si arriva attratti dalla cultura locale. Poi si costruiscono ville, palestre, coworking e comunità per stranieri. Infine si comincia a considerare il territorio come un’infrastruttura privata, regolata non più dalle leggi, dalle consuetudini e dai diritti di chi vi abita, ma dall’algoritmo di approvazione di un gruppo WhatsApp.
L’algoritmo, naturalmente, non discrimina mai. Si limita a sviluppare spontaneamente un’allergia al prefisso telefonico nazionale del Paese in cui opera.
1. La corsa inclusiva, purché tu non sia del posto
La vicenda riguarda Entourage Bali, una comunità creata principalmente per digital nomads ed espatriati, nota per i suoi eventi sociali e sportivi nell’area di Canggu. Tra questi, le “Silent Disco Run”: corse organizzate alle 5:30 del mattino, con decine o centinaia di partecipanti muniti di cuffie wireless, accompagnati da un DJ e da un presentatore a bordo di un veicolo in movimento.
Nel luglio 2026 sono circolate testimonianze e schermate che mostravano come alcuni indonesiani sarebbero stati respinti dalle comunità o esclusi dagli eventi dell’organizzazione. Una donna indonesiana ha raccontato che la propria richiesta era rimasta in sospeso o era stata rifiutata, mentre quella del marito tedesco, presentata con un nome e un numero occidentali, sarebbe stata approvata rapidamente. Altri messaggi pubblicati online sembravano collegare il mancato accesso alla nazionalità indonesiana o al prefisso telefonico +62. Le singole conversazioni diffuse sui social non sono tutte verificabili in modo indipendente, ma il caso ha suscitato una reazione pubblica e istituzionale immediata. (ABC News)
Gli organizzatori hanno pubblicato delle scuse, sostenendo che alcuni numeri +62 e alcuni partecipanti indonesiani fossero stati respinti erroneamente da un sistema automatico. Hanno affermato che le corse erano aperte a tutti, che gli indonesiani costituivano quasi un quarto dei partecipanti alla Silent Disco Run e che gli errori riguardavano soprattutto i gruppi WhatsApp e altri eventi soggetti a selezione. Hanno quindi annunciato la sospensione delle attività. (Instagram)
È una spiegazione che merita di essere registrata. Ma anche presa sul serio produce domande piuttosto scomode. Chi aveva programmato il sistema? Con quali criteri? Perché una piattaforma nata per digital nomads doveva filtrare chi non corrispondeva al profilo desiderato? E come può un “errore automatico” sviluppare un’inclinazione così precisa da confondere il prefisso nazionale con un requisito di esclusione?
Non si tratta soltanto di una gaffe amministrativa. Si tratta del punto in cui la bolla diventa visibile.
Le autorità indonesiane hanno identificato due cittadini olandesi, JAS, 35 anni, titolare di un permesso di soggiorno per lavoro, e HQV, 37 anni, titolare di un permesso da investitore. Dopo la loro partenza per Singapore, i due sono stati inseriti nell'elenco dei divieti di reingresso. Il direttore generale dell’Immigrazione, Hendarsam Marantoko, ha inoltre dichiarato che gli eventi sarebbero stati organizzati senza i permessi necessari e ha definito il club una sorta di “Stato nello Stato”. Le autorità hanno disposto ulteriori verifiche sulle attività degli organizzatori e dei loro sponsor. (Antara News)
La formula è perfetta: uno Stato nello Stato. Un microterritorio sociale con i propri riti, la propria estetica, i propri criteri di ammissione e, possibilmente, i propri cittadini onorari. I balinesi, nel frattempo, possono continuare a servire il caffè, guidare gli scooter, pulire le ville e indicare la strada ai partecipanti.
Quanto alle contestazioni sul disturbo, la parola “silent” ha svolto soprattutto una funzione di marketing. La musica era nelle cuffie, certo, ma l’evento comprendeva un grande gruppo di corridori, un veicolo, un DJ, un presentatore e l’occupazione di strade strette già sottoposte a una pressione estrema. Le critiche locali hanno riguardato l’orario, il traffico, l’utilizzo degli spazi e la sensazione che Canggu fosse trattata come un fondale a disposizione per qualsiasi nuova liturgia wellness concepita dagli espatriati. (Runner's World)
La corsa, insomma, poteva essere silenziosa per chi indossava le cuffie. Molto meno per il territorio che doveva assorbirla.
2. Canggu, dall’agricoltura allo smoothie bowl industriale
Per comprendere perché questo episodio abbia suscitato una reazione così forte, bisogna guardare a ciò che Canggu è diventata.
Fino a pochi decenni fa era un territorio prevalentemente agricolo, caratterizzato da risaie, villaggi, templi e attività legate alla terra. Oggi è uno dei principali laboratori mondiali di turistificazione accelerata: beach club, ristoranti occidentali, boutique gym, studi di tatuaggi, coworking, padel, crioterapia, bagni di ghiaccio, ville con piscina, resort e caffè in cui si può ordinare un cappuccino al latte d’avena, contemplando gli ultimi metri quadrati di risaia rimasti prima del prossimo cantiere.
Uno studio dell’Università di Udayana, pubblicato nel 2025, ha ricostruito la trasformazione economica di Canggu tra il 2010 e il 2024. Secondo la ricerca, i valori fondiari sarebbero cresciuti in media del 400-600%; la quota dell’agricoltura nell’economia locale sarebbe scesa dal 45% al 18%, mentre quella dei servizi sarebbe salita dal 35% al 72%. Nello stesso periodo, le attività turistiche registrate sarebbero passate da 89 a 1.247, mentre l’area coltivata a riso sarebbe diminuita da circa 400 a 120 ettari. Lo studio rileva crescita e nuove opportunità di lavoro, ma anche disuguaglianza, aumento del costo della vita, perdita di terreni agricoli e fenomeni di spostamento della popolazione residente.
Non è modernizzazione. È una sostituzione.
Il paesaggio non viene adattato: viene riscritto per soddisfare una domanda esterna. Dove c’era una risaia compare una villa. Dove c’era una casa familiare appare un coliving. Dove c’era un warung arriva un locale in cemento lucidato che serve una ciotola di frutta a un prezzo perfettamente ragionevole per chi fattura in dollari e perfettamente assurdo per chi viene pagato in rupie.
Un’ulteriore ricerca pubblicata nel 2026 descrive una significativa riduzione delle aree agricole e degli spazi verdi, un aumento della congestione e la formazione di enclave internazionali legati anche alla crescita del nomadismo digitale. Lo studio riconosce i benefici economici del turismo, ma conclude che la quota di valore trattenuta dai residenti è spesso considerevolmente inferiore a quella trattenuta dagli investitori e che la trasformazione sta incidendo anche sulla partecipazione alle attività tradizionali e cerimoniali.
È il miracolo economico della rendita tropicale: il proprietario locale affitta il terreno, l’investitore costruisce, il creator promuove, il turista consuma e la comunità riceve un compenso per occuparsi dell’esperienza altrui. A prima vista circola molto denaro. Basta seguire il flusso per capire dove si deposita.
3. Il nomadismo digitale come modello estrattivo
Il problema non è il singolo programmatore che trascorre tre mesi a Bali e paga regolarmente l’affitto. Non è neppure il lavoratore remoto che rispetta le norme, frequenta attività locali e cerca di comprendere il contesto in cui vive.
Il problema è la scala del fenomeno e il modello economico che lo alimenta.
Nel 2025 Bali ha registrato quasi 6,95 milioni di arrivi internazionali diretti, pari a un incremento del 9,72% rispetto al 2024. A questo flusso si aggiungono i visitatori nazionali, i residenti stranieri temporanei, gli espatriati e una popolazione fluttuante difficilmente catturabile dalle statistiche turistiche tradizionali. (Badan Pusat Statistik Provinsi Bali)
Il digital nomad non è un turista classico. Rimane più a lungo, cerca una casa anziché una camera d’albergo, consuma servizi quotidiani e compete direttamente sul mercato immobiliare locale. Guadagna spesso in euro, dollari o sterline, ma acquista lavoro, spazio, acqua e servizi in un’economia basata su salari molto più bassi.
È questa differenza di potere d’acquisto a trasformare una scelta individuale apparentemente innocua in una pressione collettiva. Un affitto che a un occidentale può sembrare conveniente può risultare irraggiungibile per una famiglia locale. Un terreno che produce poco come risaia può generare una fortuna se affittato per una villa. Un ristorante che serve la comunità vale meno di un locale pensato per clienti disposti a pagare prezzi internazionali.
Il nomadismo diventa estrattivo quando incassa il differenziale senza internalizzare i costi. Consuma a prezzi locali con redditi globali, ma lascia al territorio la congestione, la scarsità idrica, la gestione dei rifiuti, l’aumento dei valori immobiliari e la necessità di ampliare infrastrutture non progettate per una popolazione così numerosa e mobile.
Una ricerca sulle infrastrutture di Canggu ha evidenziato che l’espansione di ristoranti, bar, caffè e strutture ricettive ha reso insufficiente la capacità del sistema di drenaggio e smaltimento delle acque reflue. Lo studio segnala anche ritardi nella raccolta dei rifiuti e l’assenza, nel villaggio, di una struttura completa per la riduzione, il riuso e il riciclo. (ResearchGate)
In altre parole, il sistema immobiliare costruisce piscine più velocemente di quanto il sistema pubblico riesca a costruire fognature. Ma la piscina appare nei reel; la fognatura, notoriamente, genera meno engagement.
4. La libertà individuale, pagata collettivamente
Il nomade digitale ama presentarsi come una creatura leggera: nessun ufficio, nessun confine, nessun vincolo. Porta con sé soltanto un laptop, uno zaino e, a giudicare dallo sviluppo di Canggu, un’impressionante quantità di cemento.
Il termine “nomade” evoca provvisorietà. La realtà materiale racconta invece un’infrastruttura sempre più permanente: ville, strade, centri fitness, ristoranti, resort, parcheggi, piscine, lavanderie, cucine professionali e impianti di condizionamento. La persona è mobile; ciò che viene costruito per servirla resta.
Il consumo d’acqua rappresenta una delle contraddizioni più evidenti. Una ricerca scientifica pubblicata su Human Ecology aveva già individuato, anni fa, una relazione fra la forza economica dell’industria turistica, la debolezza della governance e l’aggravarsi della scarsità e dell’iniquità nell’accesso all’acqua a Bali.
Un’inchiesta del Guardian di luglio 2026, basata anche sui dati della fondazione locale IDEP e dell’Agenzia fondiaria balinese, ha riferito che Bali ha perso oltre 6.500 ettari di risaie in cinque anni. Le risaie non sono semplici elementi decorativi: trattengono l’acqua, rallentano il deflusso e contribuiscono alla ricarica delle falde. La loro sostituzione con superfici impermeabili riduce questa funzione proprio mentre piscine, giardini, lavanderie e strutture turistiche aumentano la domanda idrica. L’inchiesta riporta inoltre che, secondo IDEP, il turismo assorbirebbe oltre il 65% dell’acqua dolce dell’isola e che, in alcune aree costiere, l’eccessiva estrazione avrebbe favorito l’intrusione salina nelle falde. Queste stime non costituiscono un dato censuario definitivo, ma descrivono una pressione ormai riconosciuta da ricercatori, associazioni e autorità locali. (The Guardian)
Il paradosso è raffinato: il visitatore viene a Bali per contemplare le risaie, poi alloggia nella villa costruita al loro posto. Cerca la natura, ma pretende aria condizionata, prato irrigato, piscina, sauna, vasca fredda e biancheria lavata quotidianamente. Celebra l’armonia balinese tra uomo e ambiente, purché l’ambiente collabori con il servizio in camera.
5. La ricerca dell’autenticità che distrugge l’autentico
Ogni ciclo di sovraturismo comincia con un desiderio apparentemente innocente: scoprire un luogo autentico.
Poi arrivano le guide. Seguono gli influencer. Arrivano gli investitori, i ristoranti, i resort, gli affitti brevi e le esperienze “locali” prenotabili tramite app. Infine, il luogo autentico non esiste più, ma è possibile acquistarne una simulazione di due ore, con bevanda di benvenuto inclusa.
Canggu è diventata il monumento mondiale di questa contraddizione. Molti stranieri dichiarano di essersi trasferiti a Bali per allontanarsi dal consumismo occidentale, salvo ricostruire immediatamente una versione tropicale dello stesso consumismo: più estetica, più economica e con una statua di Ganesha accanto alla cassa.
La spiritualità diventa un servizio. La cerimonia diventa contenuto. Il tempio diventa location. Il villaggio diventa “vibe”. La cultura balinese viene apprezzata nella misura in cui non interrompe il traffico verso il beach club, non rallenta il cantiere e non pretende di imporre limiti all’uso del territorio.
Perfino il linguaggio contribuisce alla mistificazione. Non si costruisce una struttura ricettiva: si crea un “sanctuary”. Non si commercializza una villa: si offre una “transformative experience”. Non si forma un’enclave sociale per occidentali: si fonda una “global community”. Non si sostituisce un’economia agricola con una monocultura turistica: si “empower the local ecosystem”.
Le parole sono sostenibili. Il calcestruzzo un po’ meno.
6. Gli influencer come agenzie immobiliari dell’overtourism
In questa trasformazione gli influencer non sono semplici cronisti. Sono generatori di domanda.
YouTube, Instagram e TikTok non si limitano a documentare Bali: la confezionano, la semplificano e la distribuiscono come prodotto aspirazionale. Il video non mostra un territorio complesso, ma una promessa personale: lascia il lavoro, trasferisciti qui, affitta una villa, trova te stesso, costruisci il tuo brand.
Lost LeBlanc rappresenta un caso utile non perché sia personalmente responsabile dei problemi dell’isola, ma perché il suo ecosistema pubblico rende particolarmente visibile la fusione fra racconto di viaggio, nomadismo digitale, formazione per creator e valorizzazione immobiliare.
Il suo canale ha pubblicato contenuti con titoli dedicati alla vita da digital nomad a Bali e alla costruzione della propria villa. Il sito personale dispone oggi di una sezione esplicitamente denominata “Real Estate”, annuncia “New Bali Homes Coming Soon” e invita gli utenti a prenotare o riservare immobili collegati al marchio. (YouTube)
La Lost Villa viene presentata come una residenza di lusso vicina a Canggu: sei camere, otto bagni, circa 700 metri quadrati di superficie su un lotto di 1.800 metri quadrati, piscina a sfioro di 15 metri, spa, sauna, vasca fredda, vasca idromassaggio, cinema, palestra, chef privato, maggiordomi, sicurezza e assistenza continua. Il sito la descrive come un’abitazione immersa nella natura, con servizi da boutique hotel a cinque stelle, e come destinata anche a soggiorni, ritiri, matrimoni ed eventi. (Lost Villa Bali)
Non vi è nulla di illecito, in sé, nel costruire o promuovere una villa conforme alle norme. E non sarebbe serio attribuire a un singolo creator la responsabilità della crisi territoriale a Bali. Ma è altrettanto poco serio fingere che una narrazione seguita da milioni di persone non abbia alcun effetto.
Quando chi racconta un luogo diventa anche promotore di soggiorni, esperienze, formazione e immobili, il confine fra racconto e commercializzazione scompare. Il video di viaggio diventa un'attività di marketing territoriale. La biografia personale diventa un funnel commerciale. Il paradiso diventa asset class.
La sequenza è semplice.
L’influencer sceglie il tramonto, la villa, il surf, il beach club, la spa e il drone. Il pubblico vede una vita liberata dalle costrizioni. Una parte degli spettatori visita Bali; un’altra decide di fermarsi; un’altra vuole investire. Cresce la domanda di ville, affitti brevi, ristorazione internazionale, palestre e spazi di lavoro. I costruttori rispondono con nuove superfici. I prezzi aumentano. Le risorse vengono consumate. Il traffico peggiora. Poi il creator torna a riprendere il tramonto da un’angolazione sufficientemente alta da non mostrare l’ingorgo.
Il problema non è ciò che appare nell’inquadratura. È tutto ciò che resta fuori.
Restano fuori i salari dei dipendenti che rendono possibile l’esperienza. Restano i pendolari bloccati sulla strada per servire le strutture turistiche. Restano le famiglie che non possono competere con gli affitti pagati in valuta forte. Restano la falda, i rifiuti, i canali di scarico, la perdita delle risaie e la pressione sulle comunità.
L’influencer vende la libertà individuale, ma non tiene conto delle esternalità collettive.
Può parlare della natura mentre promuove una residenza dotata di piscina, spa, sauna, climatizzazione e servizi continui. Può celebrare la semplicità balinese all’interno di una struttura che ricostruisce l’intero ecosistema del lusso occidentale nella giungla. Può raccontare la fuga dal consumismo trasformandola in un’esperienza premium prenotabile.
Non è necessariamente ipocrisia personale. È la logica del mezzo: la complessità non converte, il conflitto non vende ville, la vita ordinaria dei balinesi non promette la reinvenzione dell’io.
L’algoritmo preferisce la piscina.
7. La bolla degli espatriati
La bolla di Canggu non è soltanto economica. È cognitiva.
Molti espatriati abitano in ville gestite per stranieri, lavorano in coworking frequentati da stranieri, mangiano in locali pensati per stranieri, si allenano in palestre internazionali, partecipano a eventi organizzati da altri stranieri e producono contenuti destinati a un pubblico globale. Il contatto con la società locale può ridursi alle persone che forniscono servizi.
È possibile vivere per anni a Bali senza vivere realmente con Bali.
La comunità balinese entra nell’esperienza come interfaccia: l’autista, il cuoco, l’addetta alle pulizie, l’istruttore di surf, il muratore, il giardiniere, il cerimoniere chiamato a conferire autenticità all’inaugurazione. Tutti presenti, purché nei ruoli previsti.
Il Run Club rende questo meccanismo letterale. Entourage era stato creato per aiutare i digital nomads a incontrarsi, organizzare attività e costruire relazioni. Prima della controversia, uno dei fondatori aveva raccontato di aver sviluppato, in circa un anno, una comunità di migliaia di membri e centinaia di eventi. (Business Insider)
Non c’è nulla di male nel cercare persone con interessi in comune. Ma quando una comunità straniera diventa abbastanza grande da duplicare tutte le funzioni sociali del territorio ospitante, l’integrazione non è più necessaria. Nasce un arcipelago di club, chat, palestre, eventi e attività nel quale la popolazione locale può risultare periferica perfino geograficamente al centro della propria isola.
L’enclave si definisce cosmopolita perché ospita persone provenienti da 30 nazionalità. Dimentica che la trentunesima, quella del Paese ospitante, non è un accessorio facoltativo.
8. Il prezzo pagato dai balinesi
Il turismo ha portato lavoro, reddito, infrastrutture e opportunità imprenditoriali. Negarlo sarebbe ideologico tanto quanto sostenere che abbia prodotto soltanto benefici.
Molte famiglie balinesi hanno migliorato le proprie condizioni economiche grazie a terreni, strutture ricettive, ristorazione, trasporti e servizi. Le ricerche su Canggu riconoscono esplicitamente la crescita dell’occupazione e la nascita di nuove imprese locali.
Ma una crescita economica non è automaticamente uno sviluppo equilibrato. Bisogna chiedere chi controlla gli asset, chi incassa le rendite, chi svolge il lavoro e chi sostiene i costi.
Il proprietario che vende una risaia ottiene un guadagno immediato, ma la comunità perde suolo agricolo, capacità di assorbimento dell’acqua e continuità paesaggistica. Il giovane che lascia l’agricoltura per un impiego turistico può guadagnare di più, ma entra in un’economia dipendente da flussi esterni e da decisioni prese altrove. Il villaggio subisce consumi e occupazione, mentre il valore immobiliare e commerciale si concentra progressivamente nelle mani di chi dispone di capitale maggiore.
Il reddito cresce, ma cresce anche il costo della vita. Le opportunità aumentano, ma diventano più costose. Il territorio vale di più, ma è sempre meno accessibile a chi lo abita.
È questa la caratteristica più insidiosa della gentrificazione turistica: non espelle necessariamente le persone con un ordine formale. Le spinge lentamente ai margini, rendendo antieconomico il loro modo di vivere e irresistibile la vendita di ciò che possiedono.
Quando il processo si conclude, il villaggio è ancora lì. Ha lo stesso nome, qualche tempio restaurato e molti altri parcheggi. Ma non svolge più la stessa funzione. È diventato il personale di scena della propria rappresentazione.
9. Dal paradiso condiviso al territorio selettivo
Il caso Entourage Bali non va ingigantito al di là dei fatti accertati. Le accuse riguardavano le procedure di selezione e i messaggi diffusi sui social; gli organizzatori hanno sostenuto che si sia trattato di un errore automatico e hanno presentato scuse. Le autorità, dal canto loro, hanno adottato il divieto di reingresso richiamando sia la questione discriminatoria sia le presunte violazioni delle regole sull’organizzazione degli eventi.
Ma proprio questa prudenza rende il caso ancora più significativo.
Non occorre dimostrare l’esistenza di un piano deliberato contro i balinesi per riconoscere la cultura che ha reso possibile l’incidente. È sufficiente una comunità concepita principalmente per stranieri, un sistema che filtra gli ingressi, uno spazio pubblico utilizzato come piattaforma per eventi privati e la convinzione che Bali sia, anzitutto, il luogo in cui i digital nomads possono incontrarsi.
Il resto lo fa l’automazione.
L’algoritmo ha semplicemente portato alle estreme conseguenze la geografia sociale di Canggu: approvare la bolla e respingere il contesto.
Ed è qui che il sarcasmo finisce, perché il problema è serio. Bali non è un set cinematografico. Non è un fondale per reel motivazionali. Non è una palestra all’aperto per expat, un coworking con vista sulle risaie, un’agenzia immobiliare travestita da percorso spirituale o un resort globale con popolazione locale incorporata.
È una società reale, con risorse finite, comunità, conflitti, diritti collettivi e limiti ambientali.
Chi sceglie di viverci ha certamente il diritto di lavorare, investire, socializzare e costruire una vita, nel rispetto delle norme. Ma non può pretendere di sfruttarne il differenziale economico, consumarne il territorio, monetizzarne l’immagine e poi comportarsi come se gli abitanti originari fossero ospiti nel proprio Paese.
Il vero scandalo del Run Club non è soltanto che alcuni balinesi siano stati esclusi da una corsa. È l’idea, maturata lentamente e quasi impercettibilmente in alcune enclave internazionali, che Bali appartenga più a chi la racconta online che a chi vi è nato.
Prima arrivano i nomadi. Poi arrivano le ville. Poi arrivano gli influencer. Infine arriva un modulo di iscrizione che chiede ai balinesi se siano abbastanza internazionali da entrare.
Forse l’Immigrazione indonesiana ha fatto bene a ricordare che non esiste uno Stato nello Stato.
Esiste Bali.
E, dettaglio ormai rivoluzionario, appartiene innanzitutto ai balinesi.















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